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interviste » Camera Europea dell'Alta Sartoria: tradizione e qualità

  • DATA:
    24-04-2008
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La sartoria, mestiere artigianale di lunga tradizione e alle origini dell’alta moda, rischia purtroppo, come molti altri, di scomparire per via della crisi di vocazioni e di formazione, o di disperdere l’alta qualità che lo contraddistingue nel tentativo di guadagnare nuovi segmenti di mercato. La Camera Europea dell'Alta Sartoria, che raggruppa i migliori sarti italiani ed europei, è nata all’inizio degli anni Novanta con l’obiettivo di salvaguardare e tramandare la più nobile tradizione, senza però perdere di vista le esigenze concrete del mercato del lavoro. Proprio in quest’ottica, la Camera ha aperto a Roma, nell’ottobre 2007, la Scuola Europea dell’Alta Sartoria, per fare in modo che l'antico mestiere di sarto venga tramandato ai giovani, creando manodopera qualificata e puntando all’inserimento degli allievi in strutture sartoriali di provata professionalità. Della Camera e della Scuola è presidente Luigi Gallo, sarto di livello internazionale e di quarantennale esperienza, che ha tra i suoi clienti personalità politiche e del mondo dello spettacolo, ma anche molti aristocratici. Gallo è lucano, ma lavora da sempre a Roma, dove si trova la sua bottega artigiana. È lui a raccontarci prospettive e problemi del settore di cui è un affermato e riconosciuto “Maestro”.


La Camera Europea dell’Alta Sartoria riunisce i migliori e più conosciuti sarti d'Europa. Che contributo porta al settore il confronto tra le esperienze di artigiani di Paesi diversi?
Senz’altro il confronto consiste nello scambiarsi tecniche aggiornate di taglio per rendere il prodotto sartoriale europeo più omogeneo. Si discute poi dei problemi che ci accomunano, quali ad esempio la mancanza di manodopera, e si studia insieme il modo per favorire l’evoluzione della sartoria del terzo millennio e per sensibilizzare i governi alla rinascita dell’artigianato.

Quali sono le prospettive per gli artigiani italiani “maestri dell’ago e del filo” che vogliono affacciarsi sui mercati esteri e quale il modo migliore per conquistare un proprio spazio?
Uno degli scopi della Camera Europea è divulgare il proprio prodotto attraverso manifestazioni di moda in tutto il mondo. In questi ultimi anni, parte dei sarti italiani ha conquistato i mercati internazionali proprio grazie al nostro prodotto, tant’è vero che molti di noi esportano il “su misura” in Giappone, in Russia e in altri paesi, spostandosi per soddisfare le esigenze del cliente. Il vero problema è che, da trent’anni a questa parte, non si sono formate nuove leve della sartoria e non possiamo soddisfare tante domande di lavoro per mancanza di manodopera.

Quanto pesano sul vostro settore e come si stanno affrontando problematiche quali la concorrenza di nuovi Paesi sui mercati internazionali, l’imporsi di produzioni seriali e a basso prezzo, ma soprattutto del prêt-à-porter, di prodotti industriali, anche se “di marca”, che spesso vengono pubblicizzati come esclusivi?
La nostra clientela ha una grande cultura del bello ben fatto. L’artigiano che fa il nostro prodotto non può improvvisare, ci vogliono anni di apprendimento e tanta esperienza, ma, soprattutto, gli artigiani veri non si fanno prendere dalla febbre del business. Noi, insieme alla passione per il nostro mestiere, conserviamo quei valori che sono importanti per l’esistenza dell’uomo. Il vero artigianato non ha concorrenza, perché negli altri paesi non esiste più l’artigianato, se non in piccolissima parte. Le sartorie italiane sono piene di lavoro e hanno un portafoglio di clienti che non è mai appartenuto al prét a porter e, di conseguenza, al prodotto industriale, anche se di marca. Uno degli scopi della Camera è far conoscere un prodotto che da secoli non ha perduto la sua identità.

È possibile per le produzioni artigianali e le creazioni su misura non restare legate esclusivamente a un mercato “di nicchia”, senza però rinunciare alla qualità?
Il mercato di nicchia è quello che non teme concorrenza e la qualità si può mantenere  con botteghe artigiane fino a un numero di 15 persone, il che significa fare 600 abiti l’anno e, quindi, avere un buon fatturato pur mantenendo il lavoro di nicchia. Oltre questo numero di persone, secondo il mio parere, è un’industria che può eseguire anche un lavoro fatto bene, ma non risponde ai canoni artigianali.

Come mai l’attività sartoriale accusa una carenza di “vocazioni” e come si possono riconquistare i giovani a questo antico mestiere?
L’attività sartoriale, in questi ultimi tempi, non accusa mancanza di vocazione: se un giovane non è informato su cosa sia la sartoria su misura non può avere vocazione. Ma i giovani che frequentano la scuola della Camera Europea dell’Alta Sartoria, che si ramificherà in tutta Italia e in Europa, hanno scoperto un nuovo mondo, sono molto motivati, e hanno trovato quella vocazione che non sapevano di avere.


Fonte: Redazione Cameradicommercio.it

  
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