Con questo studio sull’economia presentiamo dei dati, ma non si tratta solo di numeri. Certo i numeri ci danno una fotografia precisa, efficiente e sono la base da cui partire. Ma il Rapporto di Milano produttiva non si ferma solo a questo. Da vent’anni cerchiamo di portare avanti un ragionamento sulla città, sulla sua identità, sulle dinamiche che la percorrono, sui suoi cambiamenti.
E che le cifre non bastano si diceva anche in un libro che abbiamo letto tutti da bambini: “Il Piccolo Principe”. Proprio oggi 29 giugno ricorre il compleanno del suo autore (Antoine De Saint Exupery).
Nel libro si legge: “I grandi amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: «Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?» Ma vi domandano: «Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?» Allora soltanto credono di conoscerlo”.
Noi su Milano non ci chiediamo soltanto quante imprese ha, quanto cresce, quanto fattura. Ma anche come cambia qualitativamente, dove sta andando. E sono domande fondamentali per capire meglio la città e come le istituzioni possono intervenire con azioni mirate.
I dati, come vedrete dalla relazione del Segretario Generale Chevallard, presentano ancora delle criticità. Ma vi sono comunque alcuni segnali positivi. In particolare mi soffermo su due dati: il saldo delle imprese ritorna ad essere in attivo con oltre 6 mila imprese. La crescita delle imprese a Milano ha doppiando la crescita regionale registrando un +1,7%. Così abbiamo conseguito il miglior risultato in Italia.
L’altro dato si riferisce al primo trimestre 2010, dove si nota una crescita del 2,7% per la produzione industriale, del 2,4% di fatturato e 3,7% per l’export. Sono queste le luci della nostra mappa di Milano produttiva, una mappa che dobbiamo seguire per predisporre i nostri interventi come istituzione a servizio delle imprese. Su questa mappa, anno dopo anno, pianifichiamo la nostra strategia.
Nel 2009 abbiamo messo a disposizione del sistema economico 42 milioni di euro: 13 milioni solo per l’innovazione e 12 milioni solo per il credito. Nei primi mesi dell’anno abbiamo anche realizzato un’importante piano di interventi mettendo a disposizione 4 milioni di euro per determinati campi specifici, quali favorire la creazione di nuove imprese, l’aggregazione tra imprese, la valorizzazione del capitale umano e il sostegno all’occupazione giovanile e infine l’economia verde. Dopo la presentazione di Chevallard seguirà una bella tavola rotonda dedicata a Milano. Da parte mia vorrei fare riferimento ad un tema centrale per lo sviluppo della nostra città: ed è quello della coesione sociale. E’ uno dei valori più difficili da misurare, ma che abbiamo cercato di stimare. Fino ad oggi nella nostra città la coesione sociale ha tenuto. Dal Rapporto emerge però ora come il livello delle disuguaglianze a Milano abbia raggiunto livelli di guardia. La forbice culturale ed economica si sta allargando, dividendo la società milanese. Ma Milano funziona quando è integrata. La nostra è una città che va velocissima quando va tutta insieme. Per questo dobbiamo puntare sui fattori che possono rafforzare la coesione sociale. E, in particolare, mi sembrano tre i fattori che hanno questo potenziale. E che si ritrovano nel Rapporto che qui presentiamo.
1) Il primo. Le imprese familiari. Imprese che hanno una forte dimensione valoriale perché i valori della famiglia si incontrano con i valori del fare impresa. Qui convivono generazioni diverse e fasce sociali disuguali. Qui si sente meno la frattura sociale.
2) Secondo. Le imprese del no profit. Da tempo si parla di un welfare ambrosiano dove il temi del benessere, i temi sociali, della cura alla persona, del sostegno alla famiglia trovano la giusta integrazione tra pubblico e privato. A Milano ci sono qualcosa come 2414 imprese sociali non profit e hanno ormai un ruolo indispensabile a sostegno del sistema.
3) Terzo. Le imprese immigrate. Le imprese immigrate quest’anno dopo tanti anni di crescita hanno avuto una battuta d’arresto, ma si attestano comunque su buoni livelli. Il valore assoluto è molto alto, 20 mila imprese, ed è aumentato del 30% in 5 anni. Le imprese immigrate rappresentano il 15% delle ditte individuali. Questa presenza ha rappresentato un sostegno per il nostro sistema produttivo e un veicolo di integrazione anche culturale. Del resto, Milano ha avuto meno episodi di disagio sociale per la presenza di immigrati anche perché queste imprese partecipano a pieno titolo alla nostra economia.
Queste, a mio parere, sono le leve per garantire un buon livello di coesione sociale.
Sono leve che a ben guardare incamerano i valori tipici della identità di Milano, quei valori che hanno reso grande questa città.
Quello della coesione sociale, del welfare ambrosiano è un modello che si fa e non si insegna. Come diceva Giangiacomo Schiavi sul Corriere un paio di settimane fa: la milanesità non si insegna, si trasmette come modello, come esempio.