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interviste » Luca Mantellassi: primi certificati di tracciabilità nel settore moda

  • DATA:
    17-06-2008

Nasce la carta d’identità del settore tessile, abbigliamento e calzature. Con il rilascio, ai primi di giugno, dei primi certificati di tracciabilità “Traceability & Fashion” a 15 aziende della filiera moda, diventa infatti operativo il percorso avviato da Unioncamere nazionale insieme alle associazioni di imprenditori del settore fin dal 2005. Si tratta del sistema di tracciabilità volontario messo a punto dall’ITF Italian Textile Fashion, che permette di sapere dove è stata compiuta la filatura, la tessitura, la nobilitazione e dove infine i capi sono stati confezionati. Abbiamo rivolto alcune domande sull’argomento al presidente dell’Italian Textile Fashion, Luca Mantellassi.

Il percorso di tracciabilità realizzato dall’ITF per ora è volontario: sono le aziende che decidono di sottoporsi alle valutazioni per ottenere l’etichettatura. Lei pensa che sarà possibile, a breve, renderlo obbligatorio?
No. Non penso che si possa render obbligatorio. L’etichettatura è su base volontaristica. Credo che il fatto di sviluppare un approccio volontaristico, e non obbligatorio, qualifichi maggiormente il prodotto. Non dobbiamo, perciò, puntare ad un sistema obbligatorio, ma cercare di certificare il maggior numero di imprese possibile, di modo che la tracciabilità diventi un altro elemento di competitività per la valorizzazione di un comparto fondamentale per il nostro Paese, qual è il tessile.

Una volta approvata in Italia, lei ritiene che si potrà estendere l’etichettatura di origine all’intera Europa, o comunque a quei prodotti europei, o extraeuropei, che vengono importati in Italia?
Credo che sarà difficile. In questo momento non si riescono ad imporre in Europa neanche i requisiti obbligatori in materia di marchio origine, requisiti che sono stati introdotti da anni in Giappone, negli Stati Uniti e in Canada. In un Paese come l’Europa, in cui la lobby dei distributori è più importante di quella dei produttori, e non si riesce a far passare la tutela del “made in”, figuriamoci se viene accettata la tracciabilità. Per ora, dobbiamo puntare all’adozione del regolamento europeo sull’indicazione di origine obbligatoria per le merci importate.

Quali sono gli elementi fondamentali della procedura di valutazione in base ai quali viene rilasciata l’etichetta di tracciabilità?
E’ fondamentale che l’azienda disponga di un sistema organizzativo e documentale tale da dimostrare il luogo dove sono avvenute tutte le fasi di lavorazione del prodotto. Sono quattro le fasi di lavorazione, la cui origine dovrà obbligatoriamente comparire in etichetta: filatura, tessitura, nobilitazione, confezione. La veridicità e l’oggettività delle dichiarazioni che l’azienda intende apporre in etichetta sono verificate periodicamente da un apposito Comitato di certificazione, al fine di garantire i consumatori. A ciascuna azienda viene, quindi, rilasciato dal Comitato di certificazione un certificato di tracciabilità dove sono contenuti i dati dell’azienda certificata, il sito produttivo, il campo di applicazione, il nome dell’organismo di controllo ed un codice alfanumerico identificativo del prodotto.

É prevista una campagna informativa per lanciare l’iniziativa al grande pubblico e per consentire ai consumatori di leggere le etichette in maniera corretta al fine di comprendere le informazioni sull’origine delle lavorazioni?
Naturalmente si prevede una campagna informativa, che partirà probabilmente in autunno. Comunque, il fatto che moltissime aziende si stanno muovendo per ottenere la certificazione, rappresenta già un'ottima campagna pubblicitaria e un buon canale divulgativo.

 


Fonte: Redazione Cameradicommercio.it

  
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