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interviste » Fare business e investire in ricerca, la parola a Piero Cecchini

  • DATA:
    22-11-2010
di Cristina Zanazzo

Il 1982 e una normativa regionale spinge Piero Cecchini a cercare una soluzione tecnologica a un problema di gestione della sicurezza negli alberghi. Tra questo primo step obbligatorio e la nascita di un’azienda decisamente innovativa, che progetta e realizza sistemi intelligenti basati sulla trasmissione di dati su linea elettrica per la tele gestione degli impianti di illuminazione esterna e il controllo degli edifici, il passo è breve. A compierlo è un ex albergatore di Cattolica “migrato” al mondo delle nuove tecnologie finalizzate al risparmio energetico e alla tutela ambientale. Il percorso dell’idea imprenditoriale è stato raccontato a Sviluppo dal fondatore di Umpi Elettronica, partendo dalla costruzione della struttura organizzativa dell’azienda. Che vive di ricerca, sviluppo e formazione, per offrire al mercato un insieme articolato di soluzioni e servizi, potenzialmente di grande impatto sulla finanza degli enti locali.

La storia di Umpi è significativa non soltanto per l’idea imprenditoriale, ma anche per la sua realizzazione. Infatti, dopo il progetto si è dovuto misurare con le imprese italiane che non hanno voluto investire nella produzione.
Sì, è vero, l’idea all’epoca (1982) non aveva convinto le imprese da me interpellate. Per partire con uno start-up più robusto decisi di iniziare da solo l’avventura, investendo direttamente con una strategia di sviluppo a medio e lungo termine. Il tessuto imprenditoriale italiano, impostato principalmente sulle piccole e medie imprese, in questi casi non è rispondente; per aggredire i mercati velocemente, oltre ad avere sviluppato una tecnologia innovativa e “leale”, occorrerebbe l’affiancamento di un’adeguata finanza e di brand partner che velocizzino lo sviluppo marketing e commerciale. Purtroppo l’atteggiamento di molte grandi imprese italiane (ad esempio quelle pubbliche o miste pubblico-privato) è di tipo monopolistico e poco incline a fare sistema con aziende di piccole dimensioni anche se innovative e portatrici di nuovi interessanti business. I dirigenti gestiscono lo status quo e non si azzardano a prendere iniziative. Non sono guidate dall’“imprenditore”. Nel caso della mia azienda, per accelerare la crescita è indispensabile, oltre a un continuo sviluppo tecnologico, anche un forte adeguamento dell’organizzazione commerciale per occupare posizioni sui vari mercati internazionali. Per farlo occorrono finanziamenti a medio-lungo termine. La finanza ha poca calibratura, non si può rientrare subito da un finanziamento. L’imprenditore non è un risparmiatore, deve reinvestire in tutti i comparti della sua azienda se la vuole valorizzare in modo duraturo. Una banca o un azionista che entrano in un’azienda, oltre a essere portatori di finanza, devono essere altresì portatori di opportunità sinergiche di mercato. Con una visione di investimento “allargata” anche al medio e lungo termine.

Ritiene sostanziale quindi investire in sviluppo e ricerca?
In generale in Italia manca il vero concetto di ricerca e sviluppo inteso a tutto tondo. La mia azienda impegna il 13% del fatturato in sviluppo e ricerca tecnologica contro una media che va dal 5 al 7%. Ma si investe anche in innovazione di tutta l’organizzazione aziendale, intendo l’area marketing e commerciale che richiede i massimi sforzi. Sono attività che hanno necessità di risorse economiche, ma fondamentali per la crescita imprenditoriale. Credo molto nello sviluppo di un modello che comprende una serie di attività. La mia azienda non propone “il” prodotto o “la” tecnologia ma, con lo sviluppo di tecnologie innovative, offre al mercato un insieme di soluzioni e servizi volti a soddisfare bisogni reali.

Quanto spendono le amministrazioni comunali per la gestione dei punti luce?
Nei comuni italiani si spendono mediamente circa 140/150 euro l’anno per la gestione di ogni lampada di pubblica illuminazione. La media italiana è di una lampada stradale ogni 6,5 abitanti, per un totale di 1,5 miliardi di euro l’anno, in continua crescita. Con la tecnologia di Umpi, senza cambiare l’esistente, il risparmio complessivo – energia e manutenzione – sarebbe di circa mezzo miliardo l’anno per tutti gli anni a venire. In un arco di tempo fra i tre e i cinque anni si rientrerebbe dell’investimento. In realtà, i comuni italiani sono bloccati per i patti di stabilità e per un utilizzo non corretto delle risorse. Questo è molto strano dal momento che si parla di una voce che occupa la terza posizione nella spesa corrente, alla luce del fatto che le rate di ammortamento dell’investimento sono inferiori al risparmio che si viene a ottenere su una delle principali voci di spesa corrente, il tutto con una trasparenza di gestione garantita. La tecnologia da noi sviluppata – tutta italiana – non riguarda solo l’efficienza degli impianti di pubblica illuminazione, ma rappresenta qualcosa di rivoluzionario e innovativo. Trasforma i lampioni e la rete di illuminazione esistente in un sistema abilitante di infrastruttura intelligente dove i singoli lampioni e la rete di illuminazione pubblica diventano nodi di una rete di comunicazione integrabile, a basso costo, con servizi di pubblica utilità territoriale (videosorveglianza, infomobilità, soccorso al cittadino, wi-fi, servizi ambientali, ricarica veicoli elettrici ecc.). Ogni lampione è un indirizzo Ip. Con un’unica soluzione siamo riusciti a coniugare risparmio energetico, risparmio manutentivo, contributo ambientale, migliore servizio al cittadino non solo per l’illuminazione pubblica ma anche per tutti gli edifici.

Valuta utile un cambiamento di sistema delle amministrazioni pubbliche?
Ci sarebbe bisogno di figure professionali nuove, andrebbero create delle entità riconosciute che possano codificare i prodotti. Un’authority nazionale che stabilisca criteri tecnico-scientifici che permettano un’analisi neutra. Solo così si può superare un management impreparato. Non ultimo, un meccanismo di velocizzazione burocratica e appoggio finanziario per quelle soluzioni che possono realmente dimostrare i vantaggi per ogni pubblica amministrazione.

La grande maggioranza dei suoi dipendenti è costituita da ingegneri, che cosa pensa della formazione ita-liana? È idonea e spendibile all’interno di un’azienda?
La formazione ricevuta nelle università spesso è molto settoriale, molto teorica, poco aggiornata e poco esauriente. Punto molto sulla preparazione dei miei collaboratori tecnici. L’investimento medio è di tre anni, tanto ci vuole per avere una risorsa completa che sappia muoversi all’interno dell’azienda. Anche i più bravi arrivano nella mia azienda con un know-how incompleto.

Umpi telegestisce e telecontrolla gli impianti di illuminazione pubblica in quattordici paesi tra i quali Spagna, Messico, Arabia Saudita, Austria e Francia, ma il controllo viene mantenuto in Italia, a Cattolica. Una sorta di delocalizzazione al contrario?
Nell’ottica di vendere soluzioni e servizi e non prodotti, sono compresi tutti gli strumenti per poter gestire l’attività. È importante il trasferimento della tecnologia, ma soprattutto la preparazione delle persone. La formazione viene effettuata da noi, in sede. Dall’estero vengono qui e ripartono con le informazioni necessarie per la conduzione di tutta l’attività. Una volta rientrati, non vengono abbandonati, il controllo da parte nostra c’è sempre, una sorta di “formazione continua” da remoto.

Per sintetizzare, un’azienda deve investire su un ventaglio di attività: la formazione, lo sviluppo tecnologico, la ricerca di nuovi mercati. Un’attività a tutto tondo.
Un’attività rivolta alla creazione del mercato, alla creazione di modelli. Non si deve pensare a vendere un prodotto, ma un prodotto-servizio. L’importanza è nella filiera, nella flessibilità, nella crescita verticale, tutti elementi utili e indispensabili per lo sviluppo di un’impresa.


Fonte: Sviluppo, Quadrimestrale dell'Unione Italiana delle Camere di Commercio, e-mail: redazione.sviluppo@unioncamere.it

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