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interviste » Ripartire dalla crisi, la parola a Marco Silvio Pizzi

  • DATA:
    13-05-2010
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La crisi finanziaria ha avuto riflessi negativi anche sul mercato dell’export. Le Camere di Commercio Italiane all'Estero hanno messo in atto diverse strategie per fronteggiare la recessione e aiutare le imprese a riconquistare quote di mercato. Ne parla Marco Silvio Pizzi, Presidente della Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna di Madrid e Rappresentante delle CCIE dell’Area Europa.

Per tutto l’arco del 2009, la crisi finanziaria si è tradotta in un calo delle esportazioni particolarmente marcato verso i mercati europei. Il Vecchio Continente è diventato un mercato “difficile” per i prodotti italiani?
È naturale che la congiuntura internazionale abbia avuto ripercussioni negative in primis sulle esportazioni nei mercati maturi, come quelli europeo e statunitense, che della crisi finanziaria sono stati l’epicentro. Ad essere colpiti sono stati soprattutto i comparti del made in Italy classico (moda, arredo e design) che tradizionalmente rappresentano il grosso della nostra offerta europea. Un’inversione di tendenza sembrerebbe però in atto, sull’onda della più generale ripresa degli scambi internazionali: i dati ISTAT relativi a febbraio 2010, infatti, hanno fatto registrare un incremento delle esportazioni verso l’Europa dell’11% su base annua. Questi risultati, pur non compensando ancora le quote di mercato perse nel corso del 2009, rappresentano un importante segnale di quella svolta che tutti auspichiamo si consolidi nei prossimi mesi. Il mercato europeo è strategico per le PMI italiane e offre vantaggi unici, soprattutto perché le imprese sono al riparo dal rischio di cambio. Inoltre, la vicinanza geografica svolge un ruolo importante nella dinamica delle esportazioni, per cui mercati vicini come l’area euro e l’Europa centro orientale continueranno a ricoprire un peso significativo anche nei confronti di mercati più dinamici ma più lontani e di difficile penetrazione. Non è un caso che nel 2009, in piena crisi, la graduatoria dei primi 10 acquirenti del nostro export abbia visto ancora primeggiare i paesi europei, con in testa Germania e Francia e, a seguire, Spagna, Stati Uniti, Svizzera, Regno Unito, Belgio, Cina, Turchia e Polonia. Aumentare l’inserimento del made in Italy presso le economie emergenti che stanno trainando la ripresa mondiale rappresenta senza dubbio una priorità, però è altrettanto importante presidiare un mercato, quale quello europeo, vasto, accessibile, omogeneo e nel quale il “brand Italia” è già radicato ed apprezzato.

Quali scelte dovrebbero compiere le imprese italiane per consolidare la propria presenza in Europa?
La crisi ha dimostrato che, nonostante il radicamento dei nostri prodotti, il mercato europeo non va assolutamente considerato come acquisito. Al contrario, presidiarlo significherà soprattutto saper cogliere le opportunità che il mutato scenario economico potrà offrire in futuro. Questo scenario sarà caratterizzato da una crescita certamente più lenta rispetto ai BRIC, ma sarà una crescita solida perché sostenuta da una maggiore cooperazione tra gli Stati dell’UE, se si confermeranno i segnali positivi che sono emersi di recente, durante le riunioni dell’Eurogruppo a Madrid, quanto a volontà degli Stati membri di agire in maniera solidale per arginare gli strascichi della crisi (questione greca in primis) ed anche, in prospettiva, di discutere delle modalità di una governance economica più condivisa a livello di Unione. In questo contesto, accanto ai nostri più tradizionali mercati di sbocco, un occhio di riguardo va riservato ai paesi europei a maggior potenziale di crescita: alcuni dei paesi di nuova adesione (Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Romania e Lituania, secondo la Banca Mondiale) od i vicini paesi extra UE. La crescita esponenziale dell’export verso la Turchia (+52% a febbraio 2010 su base annua) ci indica comunque che le imprese italiane si stanno già muovendo in questa direzione. Un’altra scelta che si rivelerà strategica negli anni a venire sarà puntare sugli incrementi della produttività. In un contesto di domanda debole, la leva competitiva è fondamentale per cercare di mantenere le proprie quote di mercato. Finora l’”effetto qualità” ha più che compensato la minore competitività di prezzo dei prodotti italiani rispetto a quelli dei competitors stranieri e sicuramente continuerà a premiare. Tuttavia, per fronteggiare non solo il nuovo scenario europeo ma anche il più generale inasprimento delle pressioni competitive generato dalla contrazione dei mercati mondiali, è assolutamente necessario migliorare la produttività, il che significa investire di più in ricerca e innovazione.

Da quali settori stiamo ripartendo?
A differenza di altri comparti del made in Italy tradizionale, l’alimentare ed i vini durante la crisi hanno dato prova di una straordinaria capacità di resistenza. Va inoltre sottolineata la buona performance dell’elettromeccanica nei mercati dell’Europa Orientale (+0,2% nell’arco del 2009, di contro al – 1,4% della Germania ed al – 0,1% della Francia) e dei prodotti farmaceutici ed elettronici, che dopo un calo nel corso del 2009 stanno mostrando segnali di ripresa. Questi ultimi dati fanno ben sperare, poiché la composizione settoriale del nostro export intra – UE dovrà sempre più orientarsi verso prodotti a maggior livello di complessità e know how ed invece, negli ultimi due anni, le vendite italiane dei beni ad alto e medio alto contenuto tecnologico sono per lo più confluite verso i mercati extra europei. Anche i tradizionali comparti dei beni della persona e dell’arredo, per rimanere competitivi, dovranno riposizionarsi su segmenti a più alto valore aggiunto, il che comporterà anche la delocalizzazione delle attività produttive magari nei paesi vicini dell’Est dell’UE. A penalizzare il made in Italy tradizionale persiste purtroppo il problema dell’assenza dell’Italia nella proprietà delle principali reti distributive europee: non a caso le produzioni francesi e tedesche hanno fatto registrare una miglior tenuta nel corso del 2009. Per questo motivo, un altro step necessario per consolidare la presenza dei prodotti italiani in Europa sarà l’apertura a nuove relazioni e l’inserimento in nuove reti logistiche e distributive, attraverso specifici accordi sviluppati con controparti locali.

Quale azione svolgono le CCIE dell’Area Europa per sostenere le PMI italiane in questo processo di rinnovamento?
Grazie al loro radicamento nel territorio estero, le CCIE sono un avamposto strategico in grado di captare i cambiamenti e le opportunità che si presentano nella realtà europea e, così facendo, di aiutare le imprese a riconquistare quote di mercato. In linea con le priorità strategiche che ho poc’anzi descritto, le CCIE hanno impostato la programmazione 2010 su un doppio binario, abbinando iniziative nei settori tradizionali (su cui primeggia l’agroalimentare, con oltre il 40% sul totale delle risorse impiegate) ad azioni mirate nel campo dei servizi, dell’energia e della logistica. In particolare, per sostenere le PMI nel riposizionamento competitivo verso i comparti a più alto valore aggiunto, le Camere hanno aderito a ben due progetti multi mercato, che coinvolgono 18 CCIE europee ed alcune Camere presenti in Nord e Sud America: l’uno, volto a stimolare il trasferimento di tecnologie e know how italiani nel campo della sostenibilità ambientale; l’altro, finalizzato a favorire l’attivazione di partenariati tecnologici ed industriali tra distretti italiani ed imprese estere attive nel settore aerospaziale. Per sfruttare le opportunità offerte dai bandi comunitari, le Camere hanno inoltre previsto un progetto che promuove la conoscenza e la capacità di partecipazione delle PMI italiane a gare d’appalto internazionali in America Latina e nel bacino del Mediterraneo cofinanziate dalla Commissione Europea. Altre iniziative sono state pianificate per colmare il gap del difficile accesso alle reti distributive. Ad esempio, la Camera di Marsiglia già dal 2009 ha sviluppato un’azione di promozione dei prodotti agroalimentari liguri e parmensi presso importanti circuiti distributivi francesi (Autogrill France e la catena “Il Ristorante”) e per quest’anno si sta occupando di consolidare gli ottimi risultati ottenuti e di estendere l’iniziativa a nuovi prodotti di qualità provenienti da altre Regioni italiane, come la Calabria o la Campania, per la quale la Camera sta curando la commercializzazione presso circuiti specializzati dei prodotti biologici del distretto del Cilento. Queste iniziative rappresentano un invito alle imprese e a tutti gli altri attori dell’internazionalizzazione a vivere la fase attuale come un’opportunità per riqualificare le produzioni, innovare le proprie strategie ed accrescere così la loro competitività. Se imprimeremo un nuovo slancio alle abituali forme di presidio del mercato europeo, i nostri prodotti saranno in grado di mantenere il forte posizionamento di cui hanno sempre goduto senza temere la concorrenza delle economie emergenti. 
 

 


Fonte: Assocamerestero

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