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interviste » Claudio Gagliardi: l'Italia secondo il Rapporto Unioncamere 2007

  • DATA:
    11-07-2007
Dal Rapporto Unioncamere 2007 – curato dal Centro Studi Unioncamere – e presentato il 7 maggio 2007 a Roma al Tempio di Adriano, si evince che, dopo una lunga fase di staticità, in Italia si assiste ad un ritorno della crescita economica. Ne abbiamo parlato con Claudio Gagliardi, direttore del Centro Studi di Unioncamere.

Il Rapporto Unioncamere 2007 illustra come sta cambiando la struttura imprenditoriale del nostro Paese, quali fattori ne influenzano la competitività e quali sono le condizioni per rafforzarne la crescita. Già nel Rapporto 2006 emergevano evidenti segnali di ripresa. La crescita economica ravvisata per l’anno 2006 ha poi registrato indici di consolidamento?

Dopo una fase di lunga stagnazione, durata cinque anni, il Pil è aumentato nel corso del 2006 dell’1,9%. Si tratta di uno sviluppo non eccezionale ma che senz’altro interrompe le tendenze stagnanti degli ultimi anni. Tutte le ripartizioni territoriali hanno partecipato a questa ripresa, con l’Italia settentrionale che ha realizzato un incremento del prodotto interno lordo superiore a quello medio nazionale (+2,1% il Nord-Ovest e +2% il Nord-Est), mentre il Centro (+1,8%) e il Mezzogiorno (+1,6%) si posizionano lievemente al di sotto. Nel 2006 la crescita del Pil in Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Val d’Aosta e Veneto, dovrebbe essersi attestata su valori superiori alla media. Ben posizionate appaiono inoltre Sicilia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Piemonte e Trentino Alto Adige, con tassi di crescita pari o di poco inferiori a quello nazionale. Basilicata, Calabria, Molise presentano variazioni intorno all’1%. La Calabria riesce a risalire leggermente la china dopo la forte flessione rilevata l’anno precedente; anche per Piemonte e Campania l’incremento del Pil 2006 dovrebbe esser riuscito a equilibrare – o a sopravanzare – la perdita subita nel corso del 2005.

Investimenti, innovazione e ricerca sono gli strumenti che consentono lo sviluppo e la competitività. Che cosa emerge dal Rapporto 2007 in relazione a questi settori?

Gli investimenti tornano a crescere ad un tasso del +2,3% nel 2006, sostenuti dal processo di ristrutturazione e riqualificazione del nostro sistema produttivo. E cresceranno ancor di più nel 2007 (+3,2%), quando invece tutti gli altri Paesi dell’Ue (tranne il Regno Unito) dovrebbero vedere un rallentamento. Dalle nostre analisi sul tessuto imprenditoriale emerge che in questi ultimi anni le imprese italiane sono state attraversate da intensi fenomeni di selezione, dettati dalla necessità di sviluppare strategie mirate all’individuazione di nuovi mercati e di nuovi bisogni da soddisfare (con investimenti mirati al miglioramento della qualità e alla differenziazione produttiva) come risposta a una congiuntura non favorevole. L’imperativo in quest’ultimo periodo sembra riguardi invece più il conseguimento di una maggiore efficienza produttiva che lo sviluppo di nuovi prodotti: il numero di imprese manifatturiere che dichiarano di aver realizzato innovazioni nel mix di beni e servizi offerti appare infatti in graduale diminuzione tra il 2004 e il 2006. In merito alle attività di ricerca, le nostre analisi evidenziano ancora evidenti difficoltà nel raccordo tra la ricerca universitaria e gli specifici interessi delle piccole aziende, e spesso anche di quelle di media dimensione. Questo soprattutto perché, nella maggior parte dei casi, i percorsi di ricerca non sono costruiti con il diretto coinvolgimento delle imprese. La spesa in R&S, comunque, continua a crescere, sia pur a ritmi non particolarmente sostenuti (+1,2% a prezzi correnti nel 2003 rispetto al 2002 e +3,3% nel 2004 rispetto al 2003); a fronte di tali incrementi, tuttavia, l’incidenza relativa sul Pil italiano si attesta ancora su livelli di poco superiori al punto percentuale (per l’esattezza, +1,2% nel 2004). Va tuttavia detto che tale indicatore riesce a cogliere solo in misura parziale le innovazioni sviluppate dalle nostre imprese, che sempre più spesso non sono contabilizzate come investimenti ma scaturiscono da attività interne all’azienda stessa: pensiamo solo alla creatività di molti nostri piccoli imprenditori o alle intuizioni di molti tecnici e operai specializzati nel mettere a punto nuovi prodotti. Si tratta di un’innovazione “sommersa”, non rilevabile attraverso i dati, ma che esalta il ruolo del “fattore umano” nella crescita competitiva del nostro Paese.

Fonte: Redazione Cameradicommercio.it

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