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approfondimenti » Il piccolo imprenditore e il fallimento

  • DATA:
    13-02-2008
  • ULTIMO AGGIORNAMENTO:
    08-08-2008

La nozione di “piccolo imprenditore” secondo il Codice Civile
Il Codice Civile distingue, in base al genere di attività, due figure fondamentali di imprenditore:
- imprenditore commerciale (art. 2195 C.C.), che comprende, oltre ai “commercianti” in senso stretto, tutti coloro che svolgono attività produttive e di servizi;
- imprenditore agricolo (art. 2135 C.C.).
Il Codice inoltre, considerando le dimensioni e le caratteristiche aziendali individua la figura del
- piccolo imprenditore (art. 2083 C.C.), di cui l’imprenditore artigiano rappresenta l’esempio più tipico.

Nella fattispecie, ai sensi dell’art. 2083 C.C. sono piccoli imprenditori:
- i coltivatori diretti del fondo;
- gli artigiani;
- i piccoli commercianti;
- coloro che esercitano un’attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia.
Tale figura si connota per due caratteristiche:
- riunisce sia l’ambito di attività dell’imprenditore commerciale (relativamente ai commercianti in senso stretto) che quello dell’imprenditore agricolo;
- si caratterizza per le limitate dimensioni dell’impresa, dove comunque il lavoro del titolare e dei familiari deve essere prevalente sia sul lavoro dei terzi che sul capitale investito nell’azienda.

Queste distinzioni non sono puramente accademiche: appartenere all’una o all’altra di queste figure comporta una serie di conseguenze rilevanti sul piano giuridico, amministrativo, fiscale, previdenziale e creditizio. Una conseguenza molto importante è che, a differenza dell’imprenditore commerciale, teoricamente il piccolo imprenditore non può fallire.
In pratica tuttavia, il fatto di essere iscritto alla Camera di commercio come piccolo imprenditore non mette del tutto al riparo dal rischio di fallimento. Infatti in caso di insolvenza il piccolo imprenditore non viene automaticamente riconosciuto come tale: è il giudice fallimentare che decide di volta in volta, secondo vari criteri dettati dalla Legge Fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267, recentemente riformato dal D. Lgs. 12 settembre 2007, n. 169) e dalla giurisprudenza in merito.

La nozione di “piccolo imprenditore” secondo la riforma delle procedure concorsuali
In base a tale riforma, il legislatore fornisce ora una nuova nozione quantitativa di piccolo imprenditore che prescinde dal criterio qualitativo stabilito dall’art. 2083 C.C.
Ai sensi del nuovo testo dell’art. 1 L.F. (Legge Fallimentare), non sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori che dimostrino il possesso congiunto dei seguenti requisiti:
a) aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall'inizio dell'attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad Euro 300.000;
b) aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento o dall'inizio dell'attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad Euro 200.000;
c) avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad Euro 500.000.
Tali limiti possono essere aggiornati ogni tre anni con decreto del Ministro della giustizia, sulla base della media delle variazioni degli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati intervenute nel periodo di riferimento.

Dubbi interpretativi
Le nuove norme non fugano tuttavia i dubbi interpretativi.
Alcuni interpreti sostengono che questi nuovi criteri quantitativi sono da considerare come una abrogazione implicita della nozione di piccolo imprenditore contenuta nell’art. 2083 del Codice Civile.
Altri ritengono il contrario, dato che tale articolo non è stato formalmente abrogato.
Se il dettato del Codice conserva una sua validità, resta comunque da chiarire:
- se al di sopra di tali limiti, un piccolo imprenditore ai sensi del Codice Civile può essere comunque assoggettato al fallimento;
- se al di sotto di tali limiti, viceversa, un imprenditore “non piccolo” ai sensi del Codice Civile può essere non assoggettato al fallimento.
In ogni caso il ruolo del giudice fallimentare e della giurisprudenza di merito si conferma fondamentale per applicare la normativa ai singoli casi concreti.

Redazione Camera di commercio
Fonte: Redazione Camera di commercio

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