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interviste » Pina Costa: L'internazionalizzazione "fa bene alle imprese"

  • DATA:
    30-07-2008

La domanda di servizi per l’internazionalizzazione espressa dalle imprese è il tema dell’indagine realizzata da Assocamerestero in collaborazione con Unioncamere, presentata lo scorso 7 luglio alla IX edizione del Meeting dei segretari generali delle CCIE, l’appuntamento annuale che vede riunita la dirigenza delle 74 CCIE presenti in 48 Paesi esteri. Lo studio, intitolato “Dal cavaliere solitario all’imprenditore manager”, fa emergere, tra l’altro, in quali fasi le imprese ritengono di avere maggior bisogno di assistenza e in che modo il percorso di internazionalizzazione influisce sullo sviluppo dell’azienda e sulla formazione di una strategia di medio periodo. Abbiamo rivolto alcune domande alla curatrice dell’indagine, nonché responsabile dell’Area Promozione e Sviluppo di Assocamerestero, Pina Costa.

Il titolo dell’indagine è “Dal cavaliere solitario all’imprenditore manager”, può spiegare le ragioni di tale titolo?
Le figure evocate fotografano uno spaccato di realtà emerso nel corso dell’Indagine. Siamo in una fase abbastanza particolare e complessa, come tutte le fasi che preludono ad una trasformazione. All’imprenditore che fa leva solo sul proprio intuito per approdare ai mercati esteri e che chiede supporto in taluni casi senza avere già messo in atto una strategia di posizionamento, si affianca, infatti, sempre di più la figura di un imprenditore manager, che attraverso l’esperienza maturata all’estero e il confronto con contesti più allargati recepisce opportunità e stimoli tradotti poi in processi di innovazione dell’assetto aziendale e delle modalità di gestione del business. Si tratta dell’evoluzione di una tipologia imprenditoriale, che è stata, ed è ancora, protagonista e artefice del successo dei prodotti made in Italy nel mondo. Oggi, con la globalizzazione dei mercati, si è alzato il livello della sfida e il pioniere solitario necessita di un’assistenza che non si limiti alla fase di ingresso su nuovi mercati, ma che assuma invece il carattere di una vera e propria partnership tra fornitori di servizi e impresa cliente.

Come si comportano le imprese italiane nel rapporto con i mercati esteri?
L’internazionalizzazione, ovvero l’ingresso e il presidio dei mercati esteri, si è andata negli anni sempre più caratterizzando come un fondamentale elemento di crescita per le Pmi italiane. Anche l’andamento dell’export italiano, aumentato in valore negli ultimi due anni del 20%, conferma quanto il tessuto imprenditoriale italiano sia stato capace, nonostante il forte apprezzamento dell’euro, di penetrare nei mercati internazionali puntando sempre più sulla qualità dei propri prodotti e facendo fronte in questo modo alla concorrenza delle economie emergenti. Il confronto con i competitors di altri Paesi ha spinto gli imprenditori a concentrare maggiormente l’attenzione sulle caratteristiche della clientela estera, e ha favorito dunque l’adozione di strategie di medio-lungo periodo che prevedono maggiori investimenti nell’organizzazione produttiva e manageriale dell’impresa, con l’obiettivo di accrescerne la proiezione internazionale e renderla al passo con le esigenze del mercato globale.
In quali mercati esteri sono più presenti le imprese italiane?
Secondo i risultati emersi dall’Indagine, il 94,4% degli imprenditori italiani intervistati conduce attività d’affari in Europa, che resta dunque, per ragioni di prossimità sia geografica che culturale, primo mercato di sbocco e riferimento per i prodotti italiani. Il 49,3% degli imprenditori opera negli Stati Uniti, mentre il 48,8% in Asia-Oceania e il 31,5% in Africa. In media il 20% delle imprese considerate è presente al tempo stesso su tutti i continenti e un’identica quota ha attivato rapporti commerciali e/o produttivi in almeno tre macroaree. Ciò testimonia la forte attitudine delle imprese a orientare di volta in volta le loro produzioni verso i mercati più profittevoli, specializzandosi in prodotti che esprimano il saper fare italiano ma riescano al tempo stesso a declinarlo secondo le esigenze del cliente.

Quali sono le principali esigenze delle imprese e i servizi più richiesti per l’internazionalizzazione?
Le esigenze delle imprese sono essenzialmente di due tipi: quelle a prevalente connotazione relazionale e quelle per le quali sono richieste particolari competenze tecniche. Alla prima tipologia si possono ricondurre attività come la partecipazione a fiere e mostre all’estero, l’organizzazione di missioni imprenditoriali ma anche la raccolta di informazioni sull’affidabilità di eventuali partners d’affari e le analisi di mercato preliminari all’ingresso in un nuovo ambito competitivo. Nel secondo gruppo sono inserite invece quelle attività di brokeraggio informativo collegate all’accesso al mercato estero: si tratta di informazioni su normative doganali o su regolamenti locali che determinano l’ingresso di determinati prodotti o servizi sui relativi mercati. Ciò che l’indagine ha sottolineato con evidenza è che buona parte delle imprese osservate esegue in maniera prevalentemente autonoma la maggior parte dei servizi di cui ha bisogno per operare all’estero, sia di tipo tecnico che legato ad attività di marketing.
Per aprire le aziende ai mercati esteri o consolidare la posizione raggiunta dalle stesse, le aziende si avvalgono delle competenze offerte da enti pubblici? E in che misura?
Le istituzioni e gli enti che operano per l’internazionalizzazione delle imprese sono chiamati a compiere un ulteriore sforzo non solo per implementare strategie promozionali che rispondano alle esigenze di assistenza manifestate, ma soprattutto per far sì che l’impresa possa muoversi efficacemente all’interno di un frame e di una strategia di radicamento espressa a livello di Sistema Paese. I risultati dell’indagine testimoniano che il sistema camerale, italiano e italiano all’estero, si sta muovendo nella direzione giusta: il 66% delle imprese si é rivolto, nella sua espansione sui mercati esteri, alle Camere di commercio italiane, mentre ad aver ricevuto assistenza dalla rete delle Camere di commercio Italiane all’Estero è, in media, il 33% degli intervistati. Questi dati – che rappresentano sicuramente in maniera parziale l’impegno del nostro network perché ad essi manca la percentuale di soggetti intermediari delle imprese che si rivolgono alle CCIE, quali Camere di Commercio Italiane, consorzi, etc. – sono per noi estremamente significativi in quanto sottolineano l’efficacia dell’azione della nostra rete, che ha saputo conquistare sul campo fiducia e credibilità grazie alla profonda conoscenza dei mercati in cui operano e alla natura di associazioni di imprenditori che mettono a disposizione di altri imprenditori la loro competenza e professionalità. Forti dell’importante riconoscimento del ruolo da noi svolto all’interno del sistema della promotion, siamo però consapevoli che esistono margini di miglioramento nella nostra attività di assistenza e di supporto alle imprese impegnate all’estero. L’indagine che abbiamo presentato rappresenta infatti solo il primo passo di un “percorso virtuoso” che vede le CCIE impegnate per riuscire ad interpretare sempre meglio le esigenze degli imprenditori e dare loro una risposta puntuale e soddisfacente.

L’esperienza sviluppata sui mercati esteri cambia l’impresa? In che modo?
Indubbiamente le imprese che hanno intrapreso il cammino dell’internazionalizzazione sono cresciute. Sono infatti riuscite ad accumulare esperienze costruttive, e nel momento in cui hanno portato all’estero la loro offerta, entrando in contatto con nuovi concorrenti, nuovi clienti e nuovi fornitori, hanno ricavato un progressivo ispessimento delle competenze interne, un arricchimento qualitativo delle risorse umane impiegate ed un ampliamento delle proprie strategie. Basti pensare che, secondo quanto emerge dall’indagine, il 51% di chi è presente all’estero da più di tre anni ha rafforzato il proprio posizionamento anche sul mercato italiano. I dati stanno dunque a dimostrare che l’internazionalizzazione fa bene all’impresa perché ne promuove lo sviluppo, la spinge a ridefinire se stessa e il proprio posizionamento; in sintesi, innesca il cambiamento e la rende competitiva e capace di presidiare con efficacia anche mercati distanti sia da un punto di vista geografico che per tipologie di consumo.

 


Fonte: Redazione Cameradicommercio.it

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