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approfondimenti » Etica sociale e sostenibilita’ per fare un piano d’impresa

  • DATA:
    18-09-2009
  • ULTIMO AGGIORNAMENTO:
    18-09-2009
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Trasformare in numeri la responsabilità sociale dell’impresa non è certo facile. Ma molti manager e azionisti sono ormai convinti che il valore delle proprie imprese passerà sempre più dai risultati che otterranno sul fronte del loro impegno sociale e delle iniziative per tutelare l’ambiente in cui viviamo. Ben l’80% delle 250 imprese (G250) più grandi al mondo pubblicano ormai un bilancio sociale, ma solo l’8% di queste lo integra con il bilancio annuale, quello dove vengono riportati i risultati finanziari.

Gli esperti di Kpmg, che ogni anno da quindici anni a questa parte sono autori di un report che analizza la Corporate Responsibility nel mondo, sono però convinti che presto si arriverà a una comunicazione congiunta in grado di offrire una visione completa, tridimensionale dell’azienda. E questa tendenza riflette il crescente interesse e la sempre maggiore domanda di dati sulla sostenibilità del business delle imprese da parte degli analisti e degli investitori. Eppure sui temi ambientali e sociali, le aziende continuano a non approfittare delle assemblee annuali e degli incontri con gli investitori per spiegare agli azionisti quali sono gli impegni e gli obiettivi in questo campo, sebbene più della metà delle imprese attribuiscano un valore decisamente economico alla responsabilità sociale.

Secondo lo studio di Kpmg, infatti, i principali drivers che hanno spinto le imprese ad adottare scelte “responsabili” sono sì di natura etica, ma soprattutto di natura economica, lo ritiene ben il 74% delle G250. E che sia così lo dimostra anche la crescita della percezione (dal 27% del 2005 al 55% del 2008) che le tematiche ambientali e sociali incidano fortemente sul brand e sulla reputazione del gruppo.

Produrre per esempio oggetti griffati con la sigla “made in Italy” in scantinati dove a lavorare sono soprattutto immigrati clandestini o lavoratori in nero potrebbe essere molto più dannoso per la società che un trimestre di vendite in calo. Di recente la Safilo, società quotata in Borsa, ha subito un colpo alla sua immagine per un’indagine di presunta contraffazione di occhiali prodotti in Cina, ma commercializzati come se fossero stati prodotti in Italia.

Certificare, quindi, i propri metodi di produzione assume un valore non indifferente. Lo dimostra anche una recente inchiesta sulle abitudini dei consumatori italiani, in questo caso nel settore agroalimentare, della Fondazione Dnv (Det Norske Veritas), una fondazione internazionale indipendente con sede a Oslo, attiva nella certificazione. Secondo le rilevazioni, il futuro dei consumi alimentari anche in Italia sarà nei prodotti verdi, etici e sostenibili. Ben il 70% degli intervistati ha dato importanza agli aspetti eticosociali, il 65% a quelli ambientali e addirittura l’83% a una produzione con basse emissioni di CO2.

Le stesse aziende agroalimentari (l’83%) ritengono che la considerazione dei temi ambientali ed etico sociali tenderà a crescere, e molte hanno già in programma iniziative concrete per ridurre l’impatto ambientale. “I consumatori oltre alla qualità e sicurezza degli alimenti iniziano anche a considerare i temi della salvaguardia dell’ambiente, dell’etica sociale e più in generale della sostenibilità”.

Contributo tratto da Repubblica.it, Affari & Finanza. Autore: Mariano Mangia
Fonte: Repubblica.it, Affari & Finanza

  
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