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studi » Crisi e imprese nel Lodigiano

  • DATA:
    22-09-2010
  • ULTIMO AGGIORNAMENTO:
    22-09-2010
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Il sistema imprenditoriale lodigiano è un corpo articolato e differenziato e come tale ha i suoi ritmi fisiologici e le sue patologie. Né più né meno come un organismo vivente. Negli ultimi quattro anni, “tessuto” e “funzioni” di questo corpo “assolutamente delicato” per le ragioni strutturali che ben si conoscono, sono stati sottoposti a tensioni inconsuete.

Discontinuità e rotture lungo tendenze consolidate si sono sempre registrate nell’economia locale, in settori diversi, a seconda delle variate propensioni dei mercati di riferimento (interni ed esteri). La crisi vera e propria è partita nel settembre 2007 dal mondo della finanza virtuale, ma non si può dimenticare che  situazioni di difficoltà sia pure di origini diversa, si erano già manifestate a livello di territorio, ovviamente non come “avvisaglia” di quel che sarebbe accaduto dopo, ma in corrispondenza con note vicende bancarie locali e delle loro manifestazioni sul corpo reale dell’economia (imprese, famiglie, lavoro).

L’incalzare dei nuovi eventi di carattere “globale”,  - intesi in senso geografico (stessa crisi in più aree e paesi), ma anche in senso funzionale (stessa crisi, simultaneamente, in più mercati e settori diversi) – con la dimensione del loro contagio sistemico si sono dunque sovrapposte alle patologie formalmente parziali precedentemente rilevate.

La rapidità degli eventi e la loro intensificazione ha fatto avvertire anche a livello provinciale  la necessità di disporre di più dati, per leggere la crisi e seguirne da vicino il decorso; di dati dettagliati e tempestivi, come quelli che la Camera di Commercio di Lodi puntualmente fornisce al Tavolo della crisi, legati all’elaborazione statistica del Registro delle Imprese, che offrono il “polso” delle aziende dal punto di vista  demografico e strutturale.
I sottostanti grafici costituiscono una sorta di elettrocardiogramma del sistema imprenditoriale lodigiano, sintetizzato negli andamenti trimestrali della natalità, mortalità e dei saldi risultanti dalla differenza tra aperture e chiusure di imprese.

Confrontando gli estremi della serie non sfugge l’andamento abbastanza ondivago del tasso di crescita, che non presenta inversioni recenti di tendenza significativa e l’attestarsi su livelli di crescita relativa inferiori a quelli di alcuni trimestri del 2000-2001.

Dal primo gennaio 2007 ( due trimestri prima della crisi dei subprime) al giugno 2010 hanno chiuso i battenti in provincia di Lodi complessivamente 2.938 attività, di cui il 18%, corrispondente a 522 unità, ha serrato i battenti negli ultimi dodici mesi (giugno 2009- giugno 2010). Un dato che, su base annua, lascia solo intravedere un rallentamento nella velocità delle dismissioni annue.

Considerato l’arco di tempo 2007-2010 il saldo tra iscrizioni e cessazioni si presenta positivo di 377 unità, con una media aritmetica annua, calcolata sullo stesso periodo, inferiore alle 100 localizzazioni annue. Costituite in larghissima percentuale da micro imprese individuali e familiari, ovviamente insufficienti per svolgere  funzioni di “rifugio”,  e alleviare attraverso il lavoro autonomo le perdite di lavoro dipendente.
Dietro agli spiragli di riavvio, che dal generale si stanno affacciando incertamente anche a livello locale attraverso “il ricostituente” degli scambi internazionali (nel riscontro del solo primo trimestre dell’anno) e della produzione manifatturiera, si può immaginare che ci vorrà ancora tempio per espellere dall’organismo territoriale le tossine.

La crisi economica ha colpito in maniera pesante molte attività imprenditoriali, determinando situazioni di insolvenza che possono portare al fallimento o comunque alla chiusura dell’azienda. Un termometro molto particolare è dunque rappresentato dalle sentenze di fallimento. A tale proposito va però osservato che la riforma della Legge Fallimentare ha allargato il perimetro delle imprese potenzialmente fallibili (in sostanza la legge ha aggiunto il requisito del livello di indebitamento per rendere più difficile la qualifica di piccolo imprenditore “esente da fallimento”). Considerate le caratteristiche strutturali del tessuto imprenditoriale lodigiano,  non si può escludere qualche riflesso della riforma sui “numeri” locali.  Nell’ultimo triennio (2007-2009) sono state in tutto 62  le imprese dichiarate fallite. L’indice di fallimento, misurato come rapporto tra nuove procedure aperte ogni 1000 imprese attive alla fine del periodo di riferimento, da traccia di un miglioramento. Dopo aver sfiorato nel 2006 il rapporto di 7 fallimenti (esattamente 6,96) ogni 1000 imprese attive, che rappresenta il tetto massimo degli ultimi dieci anni, l’indicatore ha preso a ridiscendere attestandosi prima su un rapporto di  6,51 fallimenti (2007) e poi su  6 fallimenti (2008), per compiere un ulteriore arretramento a 4,99 fallimenti nel 2009.

In termini di valori unitari,  le imprese totali sottoposte dall’autorità giudiziaria alle procedure previste dalla legge e dichiarate fallite sono però in crescita: dopo i 12 fallimenti del  2007 si è registrato l’anno dopo un balzo del 50%  con 24 dichiarazioni di fallimento  seguite da un ulteriore lieve incremento nel 2009 (26). In dieci anni (escluso il 2010 di cui ovviamente non esistono ancora riscontri) sono stati dichiarati complessivamente 233 fallimenti,  una media di 23,3 sentenze di fallimento all’anno.

Camera di Commercio di Lodi, Ufficio Stampa & Comunicazione, Aldo Caserini, tel. 03714405265
Fonte: Camera di Commercio di Lodi

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