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studi » Perugia, internazionalizzazione delle imprese del manifatturiero

  • DATA:
    06-12-2010
  • ULTIMO AGGIORNAMENTO:
    06-12-2010
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 “L’apertura ai mercati internazionali rappresenta un’importante opportunità di crescita per i sistemi produttivi locali – ha affermato il Presidente della Camera di Commercio Giorgio Mencaroni, presentando i risultati dell’Indagine camerale – e in un’epoca di globalizzazione, il livello di competitività di un territorio è sempre più strettamente connesso alla capacità delle sue imprese di “misurarsi” sui mercati internazionali”.

Per questo motivo la Camera di Perugia ha ritenuto opportuno dedicare un’indagine al tema dell’internazionalizzazione. “Con l’obiettivo – ha precisato Mencaroni – di dare una lettura aggiornata e puntuale sulla proiezione internazionale del tessuto produttivo perugino e di mettere a disposizioni tali informazioni a tutti gli attori dello sviluppo locale, specialmente nell’ottica di una più attenta pianificazione di interventi ed azioni di supporto”.
Dall’Indagine sulla Internazionalizzazione, difatti, emerge la struttura delle imprese internazionalizzate, le modalità attraverso le quali queste gestiscono le loro attività con l’estero e le criticità che le imprese riscontrano nell’operare al di fuori dei confini nazionali.
 
Prima di affrontare nello specifico i risultati dell’indagine occorre premettere che la provincia di Perugia è caratterizzata da una scarsa apertura al commercio estero (18,9% a fronte del 42,7% della media Italia; 76-esima posizione nella graduatoria nazionale) e da una limitata propensione all’export (11,5%, Italia 21,2%; 71-esima posizione in graduatoria).

“Tuttavia – e questo è un dato molto interessante – ha detto il presidente Mencaroni – l’Indagine ha accertato come oltre un quarto delle imprese intervistate (il 27%) ha dichiarato di aver sviluppato attività sui mercati esteri nei primi nove mesi del 2010. Una quota significativa, soprattutto se si considera l’avversa fase congiunturale”.

Scomponendo tale dato, emerge chiaramente che le aziende impegnate sui mercati internazionali sono principalmente le aziende di dimensione maggiore, sia in termini di fatturato (si va dal 10% delle imprese con un fatturato fino ai 301 mila euro al 75% di quelle con un volume d’affari oltre i 5 milioni di euro) sia in termini di numero di addetti (dal 7,1% delle imprese con un massimo di 9 addetti al 61,1% di quelle con oltre 49 addetti), indice del fatto che tali attività necessitano, in genere, di una forma organizzativa piuttosto strutturata. Le imprese manifatturiere quantitativamente più operative in tal senso sono le imprese non artigiane (il 44% delle intervistate) piuttosto che quelle artigiane (il 10%).

Un altro elemento è degno di particolare attenzione: le imprese di più antica costituzione sono più presenti nei mercati internazionali (il 31,9% delle aziende nate prima del 1990 a fronte del 15,8% e 16,7% di quelle costituitesi, rispettivamente, tra il 1991 ed il 2000 e dopo il 2000). Dato questo in linea con le teorizzazioni accademiche, secondo cui al crescere dell’età cresce la probabilità di esportare, anche se le imprese di ultima generazione nascono con una propensione molto forte all’internazionalizzazione.

Il 52% delle imprese manifatturiere intervistate afferma di avere una strategia per sviluppare le attività con l’estero. Si tratta prevalentemente di accordi di commercializzazione (nel 35,7% dei casi), ma si rivela piuttosto diffusa anche l’apertura di uffici di rappresentanza (28,6%), strumento snello e poco gravoso, sia sul fronte dei costi che della gestione, attraverso il quale un’impresa, oltre a farsi conoscere, ha l’opportunità di vagliare il mercato locale. A seguire troviamo formule quali società collegate (21,4%) e show room (21,4%), mentre nessuna impresa, tra le intervistate, fa riferimento a delocalizzazioni produttive o ad accordi joint venture.

Coerentemente con quanto appena riportato, le attività svolte dalla maggior parte delle imprese manifatturiere locali operanti sui mercati internazionali sono attività di scambi commerciali. Coloro che fanno riferimento ad attività di import ed export sono, rispettivamente, il 25,9% e l’88,9% dei rispondenti. Invece coloro che svolgono un’attività produttiva all’estero rappresentano una parte minoritaria del panel intervistato (pari al solo 7,4% delle imprese). Le importazioni riguardano prevalentemente, l’acquisto di materie prime (nell’85,7% dei casi), ma anche l’acquisto di semilavorati (28,6%), mentre tecnologie e servizi rivestono indubbiamente un ruolo marginale (assente nel caso delle imprese intervistate). Dati, questi, che implicano un accesso più limitato alle tecnologie e conoscenze delle imprese estere, che potrebbero invece  avvantaggiare lo sviluppo locale.

Indagando, poi, sui canali commerciali di cui si servono le imprese per svolgere la propria attività di export si rileva, chiaramente, la prevalenza di acquisti/vendite dirette: 7 imprese su 10 effettuano direttamente i propri acquisti e le proprie vendite, senza ricorrere ad intermediari. Le rimanenti tre imprese si avvalgono dell’attività dei distributori, delle società di import/export e degli agenti rappresentanti.

Ancora Mencaroni: “I risultati dell’export nei primi sei mesi del 2010 sono incoraggianti, con una crescita  rispetto al primo semestre del 2009 del 22,6% su base regionale e del 3,5% in provincia di Perugia. Ovviamente va tenuto nel debito conto il fatto che nel 2009 l’export subì arretramenti vistosi,  - 31% in Umbria nel primo semestre e – 19,5% a Perugia. Resta il risultato positivo che riteniamo possa essere ulteriormente migliorato nel secondo semestre del 2010”. 

Sempre con riferimento alle aziende esportatrici è da segnalare come le difficoltà derivanti dalla crisi economico-finanziaria iniziata a metà del 2008 non abbiano inciso troppo negativamente sull’andamento delle vendite dei prodotti locali sui mercati internazionali. Infatti, la quota di imprese che dichiara un aumento congiunturale delle vendite nel corso degli ultimi due anni va a controbilanciare la quota di coloro che hanno, invece, subito delle perdite (in ambo i casi pari, per l’appunto, al 25%). È presente, pertanto, un 50% di imprenditori che sostiene di aver mantenuto invariato il livello delle esportazioni. A questo proposito è interessante osservare come il saldo, tra le aziende che hanno registrato un incremento delle vendite e quelle che ne hanno, invece, sperimentato una contrazione, sia positivo nel caso delle imprese di maggiori dimensioni (con un fatturato oltre i 5 milioni di euro, saldo di +7,1 punti percentuali, e con un numero di addetti superiore a 49, saldo pari a +10) e negativo per le imprese relativamente più piccole (con un fatturato fino ai 5 milioni di euro, saldo  -10, e con un numero di addetti non superiore a 49, saldo  -7,7).

E sottolinea Mencaroni: “E’ questo il segno tangibile dell’affermarsi, anche in provincia di Perugia, di un nuovo modello di fare impresa, in cui grandi e piccole imprese diventano parte di un sistema più vasto, in grado di fronteggiare la sempre maggiore pressione competitiva derivante dalla globalizzazione dei mercati. Nel 61,5% dei casi si tratta di collaborazioni produttive, intendendo con questo la delocalizzazione di fasi produttive labour intensive, con interscambio di know-how, a differenza delle subforniture (che interessa il 23,1% delle collaborazioni), per le quali gli accordi riguardano la mera fornitura di semilavorati. È significativa anche la quota di coloro che fanno ricorso a collaborazioni commerciali (46,2%), mentre andrebbero sicuramente potenziate le collaborazioni tecnologiche, nelle quali è prioritario il trasferimento di know-how”.

Delineato il quadro sullo stato dell’internazionalizzazione delle imprese perugine del settore manifatturiero, l’Indagine della Camera ha cercato di individuare le principali criticità che le imprese incontrano, quando rivolgono la loro attenzione ai mercati esteri, e la valutazione dei servizi forniti da istituzioni pubbliche e/o private di cui fanno prevalentemente uso.

In merito agli ostacoli che si incontrano nell’operare all’estero, gli imprenditori locali denunciano innanzitutto l’eccessiva onerosità delle operazioni (il 25,9% degli intervistati); ma difficoltà importanti derivano anche dalla legislazione del Paese obiettivo (22,2%) e dalla dimensione dell’azienda (22,2%). Quote minoritarie di imprenditori indicano come ostacoli i rischi di insolvenza e l’inaffidabilità del partner estero (7,4%), ma anche i rischi politici ed economici legati al Paese target (3,7%), i problemi linguistici (3,7%) e le difficoltà connesse con l’individuazione di mercati rilevanti (3,7%). Da sottolineare, comunque, come quasi il 30% degli intervistati affermi di non aver riscontrato alcun ostacolo nell’operare all’estero.

Per quanto riguarda i servizi messi a disposizione dalle istituzioni pubbliche e/o private in tema di internazionalizzazione, di cui gli imprenditori locali si avvalgono,  in ordine d’importanza al primo posto viene segnalata la fornitura di informazioni economiche sui paesi, servizio informativo richiesto da una impresa su tre. Al secondo posto viene segnalato un servizio di assistenza, ovvero l’assistenza legale in tema di internazionalizzazione (22%). Al terzo posto, troviamo un servizio di tipo promozionale e precisamente la partecipazione a fiere e mostre (14,8%). Seguono i contatti con referenti all’estero (11,1%), le informazioni su finanziamenti nazionali, comunitari ed internazionali (7,4%) e le segnalazioni sulle opportunità d’affari (3,7%).

Ben il 44,4% delle imprese internazionalizzate afferma, in ogni caso, di non far uso di questo tipo di servizi. Dichiarazioni che, se da un lato suggeriscono un buon grado di autonomia delle imprese, dall’altro potrebbero indicare una scarsa conoscenza degli imprenditori locali sui servizi a loro disposizione.
“Su questo fronte la novità del 2010 – ha sottolineato il Presidente Mencaroni –  è la ricostituzione del nuovo Centro Estero dell’Umbria da parte delle CdC di Perugia e Terni e della Regione dell’Umbria, un ente cui sono state affidate funzioni e ruolo per l’attuazione di ogni iniziativa che possa favorire, supportare e sviluppare la internazionalizzazione delle imprese e dell'economia regionale.

Finora si è fatto riferimento alle imprese già operative nei mercati internazionali, che, come si è già avuto modo di rimarcare, rappresentano il 27% delle imprese manifatturiere intervistate. È interessante, a questo punto dell’analisi, capire perché il restante 73% delle imprese manifatturiere si sia, invece, rivolto esclusivamente al mercato interno, e quali siano i principali fattori che ostacolano l’apertura ai mercati esteri di queste imprese.

Come emerge dai risultati dell’indagine, l’ostacolo primario è indubbiamente rappresentato dalla dimensione dell’azienda e della produzione (15,1%) e dai costi troppo elevati (12,3%), difficoltà, del resto, lamentate anche da coloro che operano con l’estero. Tra gli elementi di criticità vengono indicati anche la difficoltà a reperire servizi di assistenza per operare all’estero (12,3%) e le difficoltà di accesso ai mercati esteri (12,3%). Gli ostacoli che queste imprese incontrano non sono, invece, da ricondurre ad un prodotto non competitivo o, comunque, lo sono in misura secondaria (2,7%) né alla mancanza di un management adeguato (1,4%). È da segnalare, poi, come il 53,4% delle imprese faccia riferimento ad “altri” fattori, ascrivibili, almeno in parte, alle difficoltà derivanti dalla fase recessiva.

Metà delle imprese vuole mantenere il proprio mercato Il livello di competitività di un territorio non può essere fatto dipendere esclusivamente dagli sforzi e dalle capacità dei singoli imprenditori. Il contesto socio-economico nel quale questi operano esercita, infatti, un ruolo fondamentale, anche nel processo di internazionalizzazione. Per questo è stato chiesto agli imprenditori perugini di esprimersi in merito ai principali vincoli all’attività di esportazione presenti sul territorio di localizzazione. Il 12,3% degli intervistati denuncia carenze sul fronte delle infrastrutture di trasporto ed un altro 8,2% carenze in merito a servizi di credito e finanza.

Per quanto riguarda i servizi di assistenza che andrebbero potenziati o creati nell’ottica di favorire le attività di export, gli intervistati mettono al primo posto gli incentivi finanziari (15,1%) e al secondo l’assistenza alla ricerca di partner (13,7%); seguono, poi, le informazioni economiche e finanziarie sui mercati (8,2%) e la diversificazione e il  miglioramento dei servizi promozionali e commerciali (5,5%).

Nel chiudere l’indagine si è ritenuto opportuno sottoporre alle imprese manifatturiere alcune domande per capire quali siano le strategie competitive che intendono portare avanti al fine di incrementare la propria competitività rispetto sia alla concorrenza italiana che estera.

In merito ai fattori competitivi sui quali puntare, ben l’84% degli imprenditori focalizza i propri sforzi sul prodotto, inteso in tutte le sue possibili declinazioni: qualità, gamma, design e packaging. Una quota interessante di imprenditori si propone, poi, di accrescere le proprie quote di mercato agendo sui prezzi e migliorando le condizioni di pagamento (32%). Un’impresa su quattro cerca di accrescere la propria competitività aumentando i servizi messi a disposizione dei clienti. Pochi, invece, puntano sulla registrazione di un marchio (4%) o sull’incremento della propria capacità innovativa (3%).

Sul fronte degli obiettivi strategici che le imprese prevedono di seguire nei prossimi due anni, emerge che il 54% degli imprenditori intervistati adotterà una strategia di tipo conservativo, orientata semplicemente a preservare il proprio mercato. Il resto delle imprese, invece, intende espandere il proprio business,  sia attraverso la ricerca di  nuovi sbocchi di mercato per i propri prodotti (nel 15% dei casi), sia allargando la gamma dei prodotti sul proprio mercato (13%) o su nuovi mercati (13%).

Per quanto concerne le iniziative in materia d’internazionalizzazione alle quali le imprese perugine intendono partecipare, il 47% dichiara di voler prendere parte ad incontri in Italia, un altro 30% di voler partecipare a fiere, mentre risultano meno diffuse le missioni economiche all’estero. Infine, il 35% degli imprenditori manifatturieri afferma che non intende partecipare ad alcuna iniziativa.

Camera di Commercio di Perugia, Ufficio studi e ricerche economiche, Anna Cagnacci, e-mail: statistica@pg.camcom.it
Fonte: Camera di Commercio di Perugia

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